I SOCI A CONFRONTO "Nulla sarà come prima: la narrazione attraverso i Big Data"

Maria Pia Caruso, Maurizio Mensi, Alessandra Spada, Alberto Sangiovanni Vincentelli - 29 ottobre 2015

La raccolta, l’analisi e l’interpretazione dei big data rappresentano strumenti senza precedenti per capire la realtà e agire su di essa. Mentre le aziende, non solo quelle con una spiccata vocazione innovativa, corrono ai ripari per utilizzare i big data nel modo migliore, le istituzioni, sia in Italia che in Europa, faticano a stare al passo. Il Club Relazioni Esterne ha affrontato il tema, enorme e affascinante nella sua complessità, con la tavola rotonda “Nulla sarà come prima. La narrazione attraverso i big data”, che ha visto come relatori personalità come Alberto Sangiovanni-VincentelliThe Edgar L. and Harold H. Buttner Chair of Electrical Engeneering and Computer Sciences University of California at Berkeley, Usa, Maurizio MensiProfessor of Economic Law at the Italian National School of Administration (SNA) and of Information and Communications Law at LUISS Guido Carli University e Alessandra SpadaCTO di Alkemy e responsabile di Alkemy Lab e Maria Pia Caruso, Dirigente AgCom.

L’incontro si è aperto con la presentazione della ricerca  di Alkemy “Social Complex Analysis su Expo 2015” alla cui base sono le rilevazioni statistiche e le interpretazioni semantiche di 35mila hashtag, 620mila post e 130mila account privati sui principali social network, Facebook, Twitter, Youtube e Instagram, che hanno composto come un mosaico l’immagine di Expo 2015 emersa sui social network.

L’hashtag più utilizzato su Twitter (168.015 volte) è stato #Expo2015; le parole più frequenti, “amministrazione”, “turismo” (il termine più ricorrente su Youtube), “gastronomia” (quello usato più spesso su Instagram, regno incontrastato delle immagini di cibo), “economia”, “piante”, “cibo”, “trasporto”, “agricoltura”, “ingegneria” e “ambiente”. L’account Instagram del Commissario unico dell’Esposizione, Giuseppe Sala si è confermato hub della rete, insieme con quello ufficiale della manifestazione, @ExpoMilano. La Sentiment analysis ha dato ragione agli expottimisti: solo nel 23.3% è stata rilevata una connotazione negativa, mentre il 77% ha avuto un’accezione positiva o neutra. L’analisi ha confermato anche la vittoria del video, come formato di fruizione dei contenuti più amato dagli utenti dei social network.

Se l’analisi su Expo ha fatto emergere la capacità descrittiva capillare dei big data, la scommessa con cui ogni giorno i ricercatori devono fare i conti è sviluppare modelli predittivi. Questo è possibile attraverso il machine learning, che consiste nell’elaborazione di algoritmi che imparano a fare previsioni a partire dai dati, costruendo modelli, anziché seguire programmi statici di istruzioni.

La quantità di dati prodotti ogni giorno, anche quando compiamo le operazioni più banali, è enorme e nel futuro non faranno che aumentare. La scena ICT emergente, secondo le previsioni dei ricercatori riserva scenari che fatichiamo a immaginare. Nel 2025, 7mila miliardi di dispositivi saranno collegati a 7 miliardi di persone, ogni persona interagirà in media con mille device, senza muovere un dito: i computer e gli smartphone scompariranno, non useremo nemmeno le tecnologie indossabili, perché saremo immersi in un ambiente connesso, in un “sensory swarm” (sciame di sensori).

L’Internet of things è il passo intermedio per arrivare a un mondo dominato dall’intelligenza artificiale, nel quale ogni cosa sarà smart, dalla distribuzione urbana dell’acqua alla gestione del traffico nelle grandi città. Piccoli robot troveranno i punti esatti in cui avvengono le perdite d’acqua e ripareranno i tubi dall’interno; un’intelligenza centralizzata farà previsioni in tempo reale, trovando soluzioni per ridurre il traffico; il consumo di energia verrà analizzato e customizzato, solo per fare alcuni esempi.

Una delle grandi questioni emerse è “chi possiede i dati?”. È un dibattito acceso dal punto di vista etico, politico, giuridico ed economico, perché i dati sono il petrolio della nostra società: top player dell’ICT, come Google e Facebook, vi hanno basato la propria fortuna. Mentre la legge negli Stati Uniti è business friendly, si basa sull’autocertificazione, sul consenso delle parti e sul contratto, quella Europea, con le sue 28 declinazioni, fatica a star dietro alle novità “disruptive” che da Silicon Valley si irradiano su tutto il globo. Basti pensare che il codice in materia di protezione dei dati personali è del 2004 e il pacchetto privacy presentato dalla Comunità europea nel 2012 verrà forse approvato nel 2016. Gli utenti della rete finora non sono stati adeguatamente tutelati, forse qualcosa sta cambiando grazie alla sentenza Schrems - che però ha rischiato di danneggiare gli scambi commerciali transatlantici - e alla recentissima approvazione alla Camera della Dichiarazione dei diritti in Internet, come atto di indirizzo per il Governo. La Carta rappresenta un input notevole anche se, per il momento, solo culturale.

Cristiana Rizzo