I DIALOGHI DEL CRE "La comunicazione d'impresa e l'attività di lobbying"

Andrea Bignami, Sergio Boccadutri, Gianluca Comin, Marcella Panucci, Pier Luigi Petrillo, Pino Pisicchio, Raffaele Ranucci, Stefania Salustri, Francesco Paolo Sisto, Michelangelo Suigo - 23 maggio 2016

Creare un’occasione di confronto sull’attività dei portatori di interesse, guardando all'iter parlamentare, alle novità legislative, alla visione delle aziende e degli esperti. Questo l’obiettivo cui il Club Relazioni Esterne ha puntato, con successo, organizzando l’incontro “La comunicazione d’impresa e l’attività di lobbying”, in partnership con l’associazione La Scossa e l’Università LUISS Guido Carli, luogo del dibattito. Se alcuni passi sono stati già compiuti, la strada verso una normativa organica e razionale, non legata all’impatto emotivo degli scandali attuali o del passato, è ancora lunga. 

La sfida: costruire una normativa organica

In Italia non abbiamo una legge in cui si dice come deve essere il rapporto tra decisore pubblico e lobbista. Tuttavia, abbiamo una marea di norme, leggi, regolamenti, direttive, che però vogliono disciplinare questo tipo di rapporto. Lo fanno in modo schizofrenico, disomogeneo. Norme che sarebbero rivolte, da un lato, a rendere trasparenti gli interessi ai decisori pubblici e dall'altro a consentire ai portatori di interessi di partecipare al processo decisionale. Una fra tutte, una legge del ‘99 poi riprodotta nel 2005, che impone al Governo, quando vengono fatti i disegni di legge, di valutare l'impatto della regolamentazione, e per fare questo deve obbligatoriamente consultare i portatori di interesse, cosa che non viene quasi mai fatta.

Il quadro tuttavia è cambiato, visto che ora a livello europeo il nuovo codice sugli appalti, prevede che il decisore pubblico incontri, prima ancora di fare un appalto, il portatore di interesse particolare, proprio per scrivere il bando. Quello che fino a poco tempo fa era la turbativa d'asta, adesso è un obbligo del decisore pubblico. Nell'assenza di regole che disciplinano questo tipo di incontro. E sempre nell'assenza di regole, qualche anno fa, è stata introdotta una fattispecie penale, il traffico di influenza illecita, cioè una norma che va a colpire l'attività di lobbying cosidetta illecita. Salvo che nell'ordinamento non c'è una definizione di lobbying lecito.

Dal 1974 a oggi abbiamo 59 disegni di legge. Uno di questi è stato l'unico di iniziativa governativa, col Presidente Prodi, del 2007, presentato e morto in Senato. Pochi giorni fa la Camera ha approvato qualcosa di molto stravagante: la giunta per il regolamento, ritenendo di non dover modificare il regolamento della Camera, ha approvato due atti, che i giuristi faticano a collocare nel sistema delle fonti e che ritengono privi di valore, se non politico. Due atti con cui, da un lato, viene approvato il codice di condotta dei membri del Parlamento, che è molto importante, dall'altro viene approvato una sorta di registro dei portatori di interessi. In entrambi i casi non ci sono le sanzioni. Il regolamento fa capire e viene certificato in maniera chiara, per la prima volta, un diritto di accesso, cioè esiste da parte dei portatori di interessi, attraverso l’iscrizione al registro, un diritto.

La rivoluzione copernicana del lobbying: dal palazzo ai social media

L’evoluzione delle comunicazioni porta con sè anche cambiamenti nel processi che inducono i decisori a mutare le loro scelte: i lobbisti, sempre più spesso - e i casi soprattutto negli Stati Uniti, negli ultimi anni, sono tanti – vanno oltre il legislatore: creano veri e propri movimenti di opinione, coinvolgendo direttamente l’opinione pubblica. Saranno poi i cittadini attraverso i social network a fare pressione presso i decisori. Mentre si parla di come regolamentare questo mestiere, si assiste a una rivoluzione copernicana. La sensibilizzazione dell'opinione pubblica, la disintermediazione dei processi decisionali, l'utilizzo dei mezzi di comunicazione - molto diverso da com’era anni fa - porta il lobbying ad andare oltre l'incontro con il singolo decisore. Certo, è sempre necessario incontrare chi detiene la leva legislativa, però sempre di più il decisore è più orientato a decidere sotto l'influsso di una valanga di tweet, di una petizione su change.org, di una un'e-mail dei suoi stakeholder locali, dove potrebbe essere eletto in un collegio, dal movimento grass root che si viene a creare intorno a quel tema. Spesso la capacità di fare reframing, cioè la capacità di raccontare le cose in maniera diversa, aiuta a far cambiare idea al regolatore, facciamo un esempio. Un caso dell'anno scorso, Airbnb.

Il tentativo di bloccare questa forma surrettizia di fare ospitalità non c'è solo in Italia, ma anche negli Stati Uniti. Vari stati hanno cercato di mettere dei limiti, come il permesso di affittare casa solo per due giorni o per tre e questo ovviamente limitava la forza di questa azienda, che ha fatto un’operazione molto semplice. Ha scelto 100 città americane, ha investito sei miliardi di dollari, ma ne ha raccolti otto a sostegno della sua campagna, con un’operazione di fundraising e ha coinvolto 2mila volontari solo a San Francisco, che hanno bussato a 285mila porte, proponendo la loro posizione e convincendo queste persone che la scelta del loro governatore era sbagliata. Nulla di diverso di quello che accade nelle campagne elettorali. Mobilitare, coinvolgere, rendere gli stakeholder partecipi dell'azione di lobby, dunque, cambia completamente il modo di fare lobbying.

È vero in costituzione americana c'è attività di lobbying. In Europa dal ’84 al ’94 ha cominciato a prendere più forza, perché 200 aziende decisero di sviluppare l'attività di lobbying presso la Comunità europea e nel 2006 quest’ultima ha messo in campo un’iniziativa per la trasparenza, fatta di tre punti: un sistema di registrazione su base volontaria con incentivi per incoraggiare i lobbisti a registrarsi; un codice di condotta comune per tutti i lobbisti; un sistema di controllo e di sanzioni da applicare, in caso di registrazione errata o di violazione del codice di condotta. Forse oggi la politica ha preso più coscienza, finalmente oggi di lobby si parla, non ci si vergogna, è un diritto e anzi molto spesso il lobbista intelligente e bravo aiuta a fare buone leggi.

Confindustria: essere presenti dove vengono prese decisioni rilevanti per l'economia 

Confindustria è un'organizzazione di carattere collettivo, che rappresenta più di 154mila imprese. Porta avanti proposte che hanno innanzitutto un substrato di analisi economica, giuridica, di impatto, ma anche un carattere generale, quindi si configura a pieno titolo come un soggetto sociale. Peraltro il modo in cui lo svolge è quanto mai proattivo, attraverso proposte, attraverso la pubblicazione sul sito internet di position paper su alcuni temi. Spesso sono i parlamentari stessi, o il Governo, a chiedere a Confindustria un parere, una posizione di equilibrio, per esempio quando ci sono posizioni conflittuali tra più componenti imprenditoriali. Confindustria è ovunque si prendano decisioni rilevanti per l'economia e quindi per l'industria italiana: Roma, ma anche Bruxelles, ufficio aperto quasi contestualmente alla nascita della della Comunità europea, perché nell'intuizione di chi all'epoca presiedeva e dirigeva Confindustria vi era la volontà di essere presenti dove venivano prese scelte cruciali.

Prospettive: un sistema sano di reciprocità fra la politica e i portatori di interessi

La vera scossa del confronto è stata l’unanimità di consensi e di vedute su alcuni punti: i relatori hanno riconosciuto l’utilità della rappresentanza degli interessi, al punto da poter, nel fare la sintesi, sostenere tutti che una sana trasparente, esaustiva e ancorché proattiva attività di lobbying sia indice di democrazia e che consenta al decisore al legislatore di trovare la sintesi, di trovare un punto di equilibrio, consenta di fare quello che la politica e istituzioni devono fare, cioè assumersi la responsabilità di decidere sui temi che vengono loro posti.

Per regolamentare il lobbying serve una politica forte. Spesso fa anche un po’ comodo trovare il paravento delle lobby. Per certi decisori, per certa parte della politica può fare comodo trovare il capro espiatorio, trovare a chi addossare una certa responsabilità. Così come è necessario fare una distinzione nettissima fra chi svolge in maniera trasparente, esaustiva e proattiva l'attività di rappresentanza degli interessi, e questi sono i lobbisti, e chi esce da questo perimetro, cioè i faccendieri, che devono essere espulsi da questo sistema. La soluzione più attuale è identificare un sistema di partecipazione che abbia un meccanismo sano di reciprocità. La regolamentazione della Camera, ancorchè in embrione, getta buone basi. È un piccolo raggio di sole, pur trattando la regolamentazione dell'accesso ai palazzi e poco più. Non vi è nulla in termini di reciprocità. Non è chiaro, per esempio, chi si scrive al registro dei lobbisti, ed è quindi legittimato a svolgere questa attività, che cosa fa e non è chiaro quale sia l’incentivo ad iscriversi, rispetto a chi invece non lo fa. È opportuno non inciampare nel consueto errore di incrementare gli oneri sul sistema produttivo – per esempio vincolare le imprese a una produzione esasperata di reportistica – tantomeno ingolfare i processi interni alla Pubblica amministrazione, ad esempio con nuovi organismi, istituzioni, agenzie. Probabilmente sia per la prima avvertenza che per la seconda, ci sono delle modalità per rendere l’attività di lobbying ancora più lineare, trasparente e regolamentata.