I SOCI A CONFRONTO "Presidenziali Usa 2016, E' la comunicazione, bellezza... Le strategie media di Hillary e Donald per arrivare alla Casa Bianca"

Jordan Foresi, Giampiero Gramaglia, Paolo Mazzoletti, Ugo Tramballi, Stefania Salustri - 18 ottobre 2016

Nel giorno della visita diplomatica bilaterale fra Barack Obama e Matteo Renzi, nonché alla vigilia del terzo e ultimo dibattito presidenziale americano, il Club Relazioni Esterne ha ospitato l’incontro “Presidenziali Usa 2016: E’ la comunicazione, bellezza. Le strategie media di Hillary e Donald per arrivare alla Casa Bianca”. È emerso subito il ruolo della televisione, che resta centrale anche nell’era di internet: il primo dibattito infatti è stato il più seguito della storia americana, con circa 100 milioni di telespettatori. Ma se da un lato Trumpfunziona sullo schermo perché cavalca la rabbia e le paure della classe media con ricette efficaci sul piano della comunicazione, dall’altro queste si rivelano nient’altro che slogan. Slogan conditi da bugie, puntualmente smascherate dal minuzioso fact checking dei giornali americani, che comunque non fa disinnamorare i seguaci del tycoon.

Make america great again e Law and order, sono spot, non punti di un’agenda politica. Trump, secondo alcuni, ha fatto bene all’inizio della campagna, quando è riuscito a scavare nell’America profonda e a intercettare il malessere dei colletti blu. Poi ha subito una battuta d’arresto, perché non ha esperienza internazionale e gioca tutto su boutade e titoloni. Negli Stati Uniti amano le parole forti e la comunicazione d’impatto, e non sopportano la complessità: se Trump, dunque, fa lo showman e diverte, Clinton è forte della propria competenza di ex segretario di Stato, ex senatrice, ex first lady, ma viene vista come una professoressa e non scalda i cuori.

Oggi lo spirito con cui elettori e commentatori assistono a un presidential debate è più quello del tifoso che va a vedere un match, che quello del cittadino, desideroso di informarsi. Nei dibattiti ognuno parla ai propri elettori, il confronto non sposta voti. Nonostante i sofisticati sistemi di bigdata e profiling, leggere la pancia dell’opinione pubblica oggi è più difficile del passato, quando si usavano i sondaggi e i campionamenti. Oggi ci sono fasce di elettori di cui non si riescono a cogliere le intenzioni, a causa della volubilità del voto: se in passato il partito faceva parte della propria identità, oggi il voto è dettato dalle suggestioni del momento.

La storia di successo della comunicazione di Trump, secondo molti, si è fermata alle primarie, fase in cui è riuscito a sormontare l’opposizione da parte dell’establishment del partito e dei conservatori moderati. Nel momento in cui ha cambiato pelle cercando di parlare ai moderati centristi e agli indecisi, ha mostrato i suoi limiti. Altro punto debole del candidato repubblicano è il suo clan femminile: Ha tante mogli, di cui la prima, Ivana, lo contrasta, mentre quella attuale, Melania, è stata messa da parte dopo la gaffe commessa durante il suo primo discorso. L’unica donna che si ritrova accanto è la figlia, Ivanka, molto combattiva e dalla personalità forte.

Entrambi i candidati vengono amati e detestati in questa elezione che più polarizzata non si può. Ma perché alcuni non sopportano Hillary? Una delle risposte emerse dal dibattito è che negli Stati Uniti non sono abituati ad avere, come in Italia, sempre gli stessi volti da trent’anni nella scena politica. First lady di alto profilo per otto anni, segretario di Stato di una superpotenza, senatrice di New York, dove risiedono tutte le grandi lobby. Probabilmente, se verrà eletta, Hillary riporterà gli Stati Uniti ad avere una presenza politica molto più forte nelle regioni con cui Obama aveva staccato la spina, Medio Oriente, Russia, Cina e Paesi Arabi.