I DIALOGHI DEL CRE "Terrorismo internazionale e ruolo dei media. Come comunica l'Isis"

Paolo Magri, Gerardo Greco, Giampiero Gramaglia, Stefania Salustri - 03 febbraio 2016


“To inform. To inspire. To incite”. Non è il pay off di un colosso della tecnologia, ma quello dello jihadismo somalo, che ha posto le basi per la comunicazione oggi messa in campo dall’Isis. Il nuovo terrorismo di matrice islamista usa tutti i mezzi della comunicazione contemporanea: video, social network, magazine, siti web e proprio la comunicazione rappresenta uno dei principali elementi di novità rispetto ai fenomeni terroristici del passato. Nel video la prima parte dell'incontro, per vedere il resto visita il nostro canale Youtube.

Il fenomeno Isis è nuovo su vari aspetti. A differenza di altre forme di terrorismo, è contemporaneamente una minaccia simmetrica e asimmetrica. Asimmetrica perchè vede la contrapposizione di gruppi contro Stati, ma dal momento che si costituisce anche come Stato islamico, è contemporaneamente una minaccia simmetrica, Stato contro Stato: si ha a che fare con gruppi più o meno organizzati, ma anche con una realtà che controlla un territorio, un esercito, una moneta. Il secondo elemento di novità è che la forza militare è fatta in gran parte da stranieri: di circa 50-60mila soldati, circa la metà è fatta da foreign fighters, che vengono da decine di paesi del mondo. La terza caratteristica è che l’Isis si ingrandisce per acquisizione, creando affiliazioni dirette con i gruppi di altri paesi, che si schierano con i vincitori. Si espande anche in modo indiretto, ovvero creando alleanze con gruppi nemici, come Al Qaeda. Il quarto punto è che non agisce come Al Qaeda, cioè attraverso cellule eterodirette da un centro operativo, ma i gruppi si attivano per emulazione e stimolazione, in varie parti del mondo. Il quinto elemento di novità, e asse portante degli altri quattro, è, come anticipato, la comunicazione, questione centrale in ogni forma di terrorismo.

È un atto di pochi che colpiscono pochi, ma con la volontà di influenzare molti. Da qui la scelta di luoghi simbolici, in modo che l’attentato abbia la più ampia eco possibile, come accaduto ad esempio nel caso della maratona di Boston: poche le persone colpite, ma l’evento, inaspettato, ha ottenuto la massima copertura mediatica. Non si tiene insieme una regione grande quanto il Regno Unito senza una comunicazione interna volta a sviluppare un forte senso di appartenenza e di adesione al territorio – fotografie che mostrano file di pagnotte, in panifici che riprendono a funzionare, bambini che vanno a scuola, strade prima devastate dalle bombe, ora rimesse a nuovo - ed è sempre grazie alla propaganda che vengono reclutati i foreign fighters, altra triste novità di questo fenomeno terroristico rispetto quelli precedenti.

È sempre la comunicazione del terrore - quella più efferata, che amplifica l'azione già violenta, una narrazione che esalta un'epica dell’invincibilità - che fa sì che cellule dormienti in Francia, in Belgio, nelle Filippine e in altre parti del mondo si attivino e diventino piccoli gruppi terroristici, in grado di compiere stragi. Isis è la prima organizzazione terroristica che si sia dotata non solo strumenti di comunicazione, ma di un piano di comunicazione integrata, quello che fanno le aziende, quello che fanno i governi, che va dalla linea grafica alla comunicazione con gli stakeholder, dalla comunicazione istituzionale a quella per la massa: messaggi diversi con obiettivi diversi, per target diversi.

Le immagini diffuse da Isis, sono quasi hollywoodiane. È probabile che ci sia un comitato editoriale alla base di tutto questo, che riesce a penetrare il ventre molle comunicativo dell’Occidente. È una guerra modernissima, eppure terribilmente medievale. I media occidentali sono stati capaci di mettere in onda l'agenda di comunicazione globale del califfo così come veniva loro dettata. Scopertisi paradossalmente assetati di quella narrazione efferata, non hanno usato, inizialmente, alcuna censura. In un secondo momento è intervenuta una sorta di coscienza critica che ha fatto sì che ciascuno valutasse, caso per caso, se e come trasmettere quei video di decapitazioni, roghi e torture: fermo immagine, parti del video o una spiegazione a parole del contenuto.

Dopo la primavera araba, lo scenario di internet veniva percepito come un’arena di democrazia e di velocità, dal Twitter degli albori si diffondevano le notizie provenienti dai paesi del Mediterraneo. Era talmente democratico, quello spazio, che pochi anni più tardi avrebbe dato la possibilità al califfato di diffondere effluvi di orrore ogni volta più sconcertanti. Da circa due anni la comunicazione per immagini di Isis è diventata una sorta Instagram jihadista, un “jihadgram”. Se per spaventare e sorprendere i fruitori si è costretti ad alzare sempre di più l’asticella della violenza, il risultato è grottesco: l’effetto è quasi di assuefazione, di irrealtà, oltre c'è l’enorme banalizzazione del male. E l’orrore diventa rumore di fondo.

Il compito dei giornalisti è raccontare la verità senza compiacimenti e senza cadere in facili pregiudizi: l'Islam non è da demonizzare, conta un miliardo e seicento milioni di fedeli, di cui solo un quinto vive nel Medio Oriente. Se si presta il fianco a derive populiste che nascono dalla paura del terrorismo, si fa un cattivo servizio ai cittadini, si fa un'operazione insomma, che è l'antitesi di quella che i giornalisti sono chiamati a fare, raccontare la verità e dare messaggi positivi che trasmettano i valori delle società democratiche, la libertà prima fra tutte. 

Cristiana Rizzo