I DIALOGHI DEL CRE "Popolo ed élite. Come finirà la Brexit?"

Ivo Ilic Gabara, Mario Sechi - 03 aprile 2017

La scorsa settimana il primo ministro inglese, Theresa May, ha invocato l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, per l’uscita di un paese membro dall’Unione Europea, ma la strada verso Brexit è ancora lunga: serviranno 15-18 mesi per i negoziati e due anni per la ratifica da parte del Parlamento europeo e da parte dei paesi membri. Nel frattempo, però, il dibattito fra leavers e remainers si fa sempre più interessante. Il 3 aprile il Club Relazioni esterne ha ospitato, al hotel Sina Bernini Bristol, “Popolo ed élite. Come finirà la Brexit?”, un dinner con dibattito de “I Dialoghi del Cre”, che ha visto come relatori Ivo Ilic Gabara, ex giornalista del Wall Street Journal, oggi ceo di Gabara Strategies e comunicatore e fundraiser per la campagna di Gina Miller volta a contenere gli effetti di Brexit, e Mario Sechi, editorialista del Foglio, autore e commentatore per Radio24 e Rai2, già direttore del Tempo e dell’Unione Sarda, vicedirettore de Il Giornale, Libero e Panorama.

UN VIZIO LEGALE NELLA NOTIFICA DI BREXIT?

Una delle argomentazioni portate avanti dai remainers si basa su un presunto vizio di forma nella proposta di legge presentata dal governo May al Parlamento, per ottenere il via libera dalle Camere e far scattare la procedura formale per la Brexit, regolata dall'articolo 50. La proposta di legge, infatti, sarebbe del tutto imperniata sulla modalità della notifica, ma non sulla decisione stessa. Questo vizio legale sarebbe potenzialmente esplosivo, poichè l’articolo 50 mette nero su bianco le modalità di notifica della decisione di un paese membro di uscire dall’Unione Europea, ma questa decisione non è mai stata presa nel Regno Unito. Questo significa che il governo è esposto a subire una causa legale in qualsiasi momento nei prossimi due anni. Il 23 giugno ha avuto luogo il referendum consultativo, non vincolante, che adesso viene presentato ai cittadini come una vera e propria decisione.

GLI OBIETTIVI DEI LEAVERS

Le finalità che i remainers rintracciano nello schieramento pro-Brexit sono riprendere il controllo dell’immigrazione nel Regno Unito, non essere più soggetti alla giurisprudenza della Corte Europea del Lussemburgo e avere la libertà di negoziare indipendentemente gli accordi commerciali. Quale sarà il costo da pagare? In primo luogo i 60 miliardi di euro di buonuscita, che non sono un provvedimento punitivo, ma ciò che il Regno Unito già si era impegnato a pagare. E poi, l’uscita dal mercato unico e dall’unione doganale. Il Regno Unito sta facendo un salto nel buio, secondo i remainers. È tutto da vedere se, nel momento in cui il popolo si renderà conto dell’impatto economico di Brexit, settore per settore, cambierà umore. Potrebbero crearsi le condizioni per un secondo referendum, nulla è escluso. A mettere benzina sul fuoco, la decisione di Theresa May di non dare running commentary su Brexit, ovvero commenti costanti su quanto il governo sta facendo.

LE CONSEGUENZE PER LE IMPRESE

Qualsiasi settore si prenda in considerazione, si cominciano a vedere difficoltà quasi insormontabili, secondo i remainer, a partire dal turismo. Le compagnie aeree low cost vendono i biglietti con largo anticipo e aspettare il 2019 per avere certezze legali rappresenterebbe un problema. Quindi Ryanair, Easyjet e tutte le società di aviazione civile, che hanno un modello di business imperniato sull’appartenenza al Regno Unito, lo vedranno venir meno. E così sarà per tutti i settori, che stanno facendo quadrato per evitare il divorzio dal vecchio continente: la scorsa settimana il team che ha assistito Gina Miller nella comunicazione e nel fundraising della sua iniziativa contro Brexit, la Confederazione dell’industria tedesca (la BDI, Bundesverband der Deutschen Industrie e.V.) e l’ex capo di gabinetto di Tony Blair, Johnathan Powell, hanno lanciato Brexit Exchange, un forum nel quale verranno fornite le posizioni dell’industria, dell’economia e delle imprese, e verranno presentate al pubblico e ai negoziatori, anche sotto forma di incontri diretti a Bruxelles, a Londra e a Berlino.

IL NESSO CON LA CAMPAGNA DI TRUMP? L’USO DEI BIGDATA

Oltre alle affinità politiche, Brexit e l’elezione di Trump sono unite da un nesso concreto, che parte da Robert Mercer, miliardario dell’IT. Mercer è il principale finanziatore del sito di estrema destra BreitBart, quindi è stato il datore di lavoro di Steve Bannon , lo stratega numero uno del presidente ed ex direttore del sito.
I responsabili delle due campagne si sono rivolti a Cambridge Analytica - una società che usa i big data per favorire una campagna rispetto a un’altra sul web – ma dal momento che Mercer e Bannon hanno contribuito con i servizi di Cambridge Analytica alla campagna dei leavers, di Ukip in particolare, senza che questo contributo fosse mai stato dichiarato, avrebbero dato origine a una violazione della legge elettorale, attualmente soggetta all’investigazione di una commissione parlamentare del Regno Unito.

BREXIT: LE RAGIONI ECONOMICHE NELLA STORIA

La distanza che separa Dover e Parigi non è solo la Manica, ma qualcosa di più profondo e inesplicabile, che va oltre le ragioni economiche, oltre la sterlina, oltre il regno e oltre il governo. Qualcosa che ha indotto Niall Ferguson nei giorni scorsi a scrivere a sul Times: This is no friendly divorce, but a long, bitter schism”.
Non ci sarebbe mai stata la Brexit, nè Trump, nè alcun movimento populista se gli ultimi vent’anni non fossero stati divisi a metà fra una fulminante crescita della ricchezza nei paesi occidentali e un vertiginoso tracollo.
Un altro indicatore è la distribuzione della ricchezza: non solo è ineguale fra paesi ricchi e paesi poveri, ma è diventata ineguale nei paesi a economia avanzata. Secondo uno studio recente di Harvard University Press, dal 1988 a oggi, il 19% dei guadagni della ricchezza è finito in mano al 1% della popolazione e il 25% è andato a una fetta di popolazione compresa fra il 2 e il 5% più ricco. Molto importante è poi il cambio di marcia della globalizzazione, che è stata considerata a lungo la cura a tutti i mali del mondo. La ricchezza dei paesi del G7 è cresciuta fino agli anni Novanta, fino a raggiungere i due terzi della ricchezza mondiale - e quindi creando più benessere, nonostante la sua ineguale distribuzione. Ma poi è successo qualcosa.

L’INGRESSO DELLA CINA NEL WTO: UNO TSUNAMI TRAVOLGE L’OCCIDENTE

Nel 1990 succede qualcosa, che fa sì che i paesi del G7 diventino improvvisamente più poveri (anche se i ricchi continuano a restare sempre i più ricchi): la Cina entra nel WTO. La curva dell’innovazione degli Stati Uniti si abbassa e si alza quella della Cina, i posti di lavoro della manifattura crollano, negli Stati Uniti e in tutto l’Occidente.
Poi c’è la bilancia commerciale Stati Uniti-Cina, nettamente sbilanciata a favore di quest’ultima, con un eccesso di import verso gli States dal 2006 al 2016. Si innesca quindi un clima di sfiducia, tutti i paesi avanzati hanno un problema che non riescono a risolvere, la perdita di posti di lavoro, perchè gli accordi commerciali non sono equi e sono fermi agli anni Novanta. Funzionavano finchè c’era espansione e non sono stati in grado di far fronte alla seconda fase della globalizzazione.
Quando è arrivata la crisi nel 2008, ma già i segnali erano iniziati prima, il risultato è stato la perdita secca di posti di lavoro. 

TUTTI I POPULISMI SONO UGUALI

La percentuale di voti per partiti populisti o anti-establishment, nelle elezioni nazionali dei paesi sviluppati, nel 2017 ha raggiunto un livello che non toccava dal 1930. A dirlo è il miliardario Ray Dalio - fondatore del hedge fund da 150 miliardi di dollari, Bridgewater Associates - che ha sviluppato un "Developed World Populism Index", pubblicato nel suo paper, presentato a marzo 2017, “Populism, The Phenomenon”.
L’indice, secondo l’autore, misura la forza del populismo nel tempo, dal 1900, fino alle forme contemporanee, gli elettori di Donald Trump, UKIP, AfD, il National Front, Podemos e il Movimento 5 Stelle. È lecito domandarsi come mai l’intellighenzia non abbia colto la progressiva ascesa di questo fenomeno e come mai abbia sostenuto che la globalizzazione avesse solo vincenti, quando alle spalle stavano arrivando schiere di perdenti.
Quanto alle caratteristiche dei populisti, dal paper di Dalio emerge che sono tutti uguali, di destra di sinistra o di centro che siano. Tutti prendono le mosse da una situazione economica molto debole e da un livello altissimo di disuguaglianza nella distribuzione del reddito. Dopodichè, il canovaccio è semplice: si attacca l’establishment, che effettivamente è colpevole, oggi più degli anni Trenta, perchè il pianeta si trova in un momento storico di assoluto benessere, con strumenti e capacità di analisi superiori al passato, soprattutto grazie all’esperienza della Storia.

COSA HANNO DETTO GLI ECONOMISTI 

Il finanziere ungherese Geroge Soros aveva pronosticato un crollo del mercato azionario in seguito a Brexit e il capo economista della Bank of England, Andy Haldane, si è cosparso il capo di cenere, qualche settimana fa, dicendo che gli economisti, nel valutare l’uscita del Regno Unito, avevano avuto un “Michael Fish moment”.
Invece, secondo i leavers, il tasso si disoccupazione dopo la Brexit nel Regno Unito è al minimo storico, il mercato azionario è al massimo e la sterlina è debole (ed è pure un bene). Quindi, la tesi dei leavers è che un pregiudizio abbia impedito di fare le previsioni giuste. Un pregiudizio che deriva dal’incapacità di cambiare i dogmi e di fare analisi alternative, necessarie, perchè i tempi sono completamente cambiati: non sono più gli anni Ottanta reaganiani, nè i Novanta clintoniani, ma gli anni Duemila, che sono stati attraversati da shock clamorosi, dalle torri gemelle, che ancora si riverberano come un’onda lunga sul presente, all’invasione dell’Afghanistan nel 2001, dalla guerra in Iraq nel 2003 alla crisi finanziaria nel 2008. Eventi che non passano inosservati: la Storia attraversa degli tsunami i cui effetti arrivano anche dopo molto tempo e lasciano segni duraturi. È stato dopo aver visto la madre perdere tutti i suoi risparmi durante la crisi finanziaria che Steve Bannon decise di creare il movimento di destra di Trump, che oggi condiziona il mondo.

SERVE UNA NUOVA ÉLITE, CAPACE DI ASCOLTARE IL POPOLO

Ecco come la pensa Mervin King, ex governatore della Bank of England, stimatissimo economista: “L’impatto della Brexit anche nel lungo periodo sarà molto limitato; La Gran Bretagna ha il diritto di governarsi da sé; chi ha votato per la Brexit non è razzista, xenofobo o stupido; le élite hanno perso il contatto con i bisogni della gente; è la Ue ad avere lasciato noi; La sterlina debole è benvenuta; Draghi è in una posizione impossibile; L’unione monetaria è stata prematura senza l’unione fiscale, un terribile errore (…) e la Germania deve pagare; Vengono liquidati come populisti (i partiti euroscettici, ndr) ma le loro critiche sono basate su fatti economici, che le élite non capiscono; Stiamo andando verso il disastro”. Intanto, quanto era stato previsto, sulle conseguenze nefaste di Brexit, dicono i leavers, non è successo. Ma una cosa è certa: è la fine degli alchimisti, serve una nuova élite capace di ascoltare il popolo.

Cristiana Rizzo