Macron ha già vinto le elezioni? Analisi della sfida che cambierà l'Europa

Francesco Boezi, Antonio Iannamorelli, Alessio Marsili, Carlo Prosperi, Cristiana Rizzo, Olimpia Troili, Simone Santucci - 04 maggio 2017

Le spaccature nell'elettorato francese sono molteplici - centro e periferie, europeisti e sovranisti, seguaci di una società aperta e difensori di chiusure economiche e identitarie – e si sono riversate, tutte, nel risultato sorprendente del primo turno delle presidenziali. La ricomposizione del paesaggio politico, con il superamento progressivo delle differenze fra destra e sinistra e l’emergere di nuove dicotomie, ha prodotto una frammentazione del voto popolare e la vittoria di un candidato liberale, europeista e indipendente, Emmanuel Macron (23,75%) con un partito che un anno fa nemmeno esisteva. La leader del Front National, Marine Le Pen, ha ottenuto il 21,53%; a seguire il candidato del centrodestra Francois Fillon con il 19,9% e poi l’eminenza grigia della sinistra francese, Jean-Luc Melenchon, che ha ottenuto quasi il 20%. Cifra non sufficiente per accedere al ballottaggio, ma che lo ha piazzato davanti al candidato del Partito Socialista Benoit Hamon (6,3%).

Per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica, nessuno dei due candidati dei grandi partiti di centrosinistra - i socialisti - e di centrodestra - i Républicains - va al ballottaggio per l'Eliseo. Un risultato che arriva dopo fenomeni europei di lungo corso, come la progressiva implosione dei partiti socialdemocratici, l’ascesa dei populismi e il malcontento nei confronti delle politiche dell’Unione europea. Qualunque sarà il risultato delle presidenziali, l’esito si preannuncia cruciale per la Francia, l’Italia e l’Europa tutta, mentre il Regno Unito attende a giugno di andare alle urne - in un clima di incertezza, dovuto ai complicati negoziati per Brexit – e la Germania è in piena campagna elettorale per le elezioni di settembre.

Questi sono stati i temi al centro dell’incontro "Macron ha già vinto le elezioni? Analisi della sfida in Francia", che si è svolto a Roma il 4 maggio, alla Federazione della Stampa, nel quale sono intervenuti Antonio Iannamorelli, Direttore operativo di Reti spa; Alessio Marsili e Carlo Prosperi, di centro-destra.it; Olimpia Troili, Presidente di Alternativa Europea; Cristiana Rizzo, giornalista di formiche.net e coordinatrice del Club Relazioni Esterne-junior. Modera l’incontro Simone Santucci, giornalista e membro della Fondazione Einaudi. 

Macron ha fatto del liberalismo una bandiera, ma alcune delle politiche che i liberali avrebbero voluto vedere nel programma di Macron, le hanno trovate nel programma di Fillon. Fillon che, nonostante tutti gli scandali, non è arrivato al ballottaggio davvero per poco. A pochi giorni dal secondo turno ci si chiede cosa succederà. Se i francesi sceglieranno il voto “contro”, contro i socialisti, i neogollisti e Macron, oppure l’avversario con cui Macron sarà costretto a scendere a patti nelle prossime elezioni legislative. La partita, insomma, non finisce qua: il ballottaggio è un punto di passaggio, risolve qualcosa ma non tutto, per quanto il capo dello stato in Francia abbia molto potere. Il secondo tempo della partita, dopo il secondo turno, si giocherà con le legislative. È un momento che cambierà gli equilibri dell’Europa. Non è mai accaduto che sia i gollisti che i socialisti fossero fuori dal ballottaggio, e dal momento che la Francia è stata spesso prodromica degli esiti elettorali italiani, ci si chiede cosa potrebbe accadere al di qua delle Alpi, dove il Movimento 5 Stelle è molto forte e il Pd tiene duro, con un leader appena riconfermato dalle primarie.

Ma il dato ancora più impressionante è il risultato esiguo della sinistra francese, che segue il declino della sinistra europea degli ultimi anni. Dalla caduta di George Papandreou e di Pasok (innescata dai suoi provvedimenti di austerità, conseguenti ai vari salvataggi della Grecia da parte dell’Europa), che ha spianato la strada ai radicali di Syriza, all’implosione del Psoe spagnolo, a vantaggio di Mariano Rajoy per ben due elezioni, e di Podemos. La stessa storia è accaduta altrove. A Londra i conservatori oggi sono sicuri al potere, nonostante la guerra civile interna sull'Unione europea e devono il loro successo al crollo del partito laburista sotto il suo leader di estrema sinistra, Jeremy Corbyn e dei suoi accoliti. In Germania le politiche dell'Agenda 2010 di Gerhard Schröder, non hanno aiutato il partito che le ha attuate. Piuttosto, il contrario. La SPD di Schröder è andata di sconfitta in sconfitta, contro i conservatori della cancelliera Angela Merkel. E nei Paesi Bassi, nelle elezioni dello scorso marzo, il Partito laburista olandese PVDA ha subito  un destino simile a quello di Pasok. I votanti hanno relegato il partito laburista, un tempo potente, al settimo posto con solo il 5,7% del voto.

Non molto tempo fa sembrava che il matrimonio del capitalismo del libero mercato con una qualche forma di rete di sicurezza sociale stesse occupando il mondo. C'era sempre qualche resistenza europea, ma dalla fine degli anni '90 molti seguirono la “terza via” politica, che è stata strettamente associata all'aspetto giovanile di Bill Clinton negli Stati Uniti, a Tony Blair nel Regno Unito e a Gerhard Schröder in Germania. La crisi finanziaria globale del 2007-2008, che ha sconvolto il mercato dei capitali, sembrava costringere a un'ulteriore mossa a sinistra, a una più severa regolamentazione del mercato e ad una redistribuzione del reddito. La crisi invece non ha portato all'apogeo dei socialdemocratici, ma ha provocato la loro scomparsa.

Quello che è in gioco nel fitto calendario elettorale europeo del 2017 non è solo l'ascesa del populismo, ma anche il peso elettorale dei valori socialdemocratici nell'era post-industriale. La pasokización (il nome che gli spagnoli hanno dato alla caduta dei partiti socialisti, prendendo spunto dal declino di Pasok) sta davvero affliggendo i partiti dell’establishment, che hanno fallito nel rispondere alle (valide) domande poste dai populisti. Quelli che erano partiti marginali hanno conquistato felicemente la piattaforma anti-sistema e anti-élite che ha reso la sinistra estrema inefficace, dal punto di vista elettorale, dopo la caduta del Muro di Berlino.

L’agenzia di intelligence Stratfor ha detto che queste elezioni sono le più importanti in questi primi 25 anni del secolo per l’Europa, perchè riflettono un mutamento sostanziale delle categorie politiche e i cambiamenti sociali del mondo occidentale. Primo fra tutti l’erosione della classe media e dei suoi valori, il senso del progresso, la fiducia nel futuro e nella democrazia, come qualche anno fa, dopo lo scandalo della Enron, Francis Fukuyama scrisse su Newsweek. E poi la distruzione dei contenitori tradizionali del consenso, insieme con l’ascesa di soggetti politici che prima erano marginali. Fino a poco tempo fa, nessuno avrebbe pensato che il Front National di Marine Le Pen sarebbe stato così competitivo. In Francia è la vittoria del momento populista, sono tutti populisti per stile. Macron stesso è un “populista anti-populista”. Anzichè gli stilemi tipici del populismo sovranista, assume i toni dell’occidentalismo, del progresso, dei valori liberali, di quello che può essere definito, nell’ottica del sovranismo, il partito di Davos.  

Ciò che ha accomunato i due candidati è stato il loro rapportarsi – in modo opposto - all’Europa. Ma che tipo di visione propone Macron? Un’Europa che protegge di fronte alle sfide della sicurezza e del terrorismo, tema cui la Francia è particolarmente sensibile, e una protezione sociale, quindi tutele sociali, lavoro, occupazione, welfare. Propone, inoltre, un’Europa che difende il proprio mercato unico di fronte a Brexit e un progetto di difesa comune - il che è abbastanza innovativo, per una Francia che si è sempre smarcata da questa prospettiva – e la creazione di una Costituente europea per interrogare i cittadini su quale modello di Europa desiderino. Infine, un governo per l’Eurozona: un parlamento, un ministro del Tesoro e una politica di bilancio comuni. L’incognita è se riuscirà a creare un fronte comune europeo che porterà avanti questo progetto.